Sono accusati di aver organizzato una sorta di racket delle case popolari, offrendo alloggi in cambio di denaro e resistenza agli sgomberi della polizia. Ma sarebbero anche autori di estorsione aggravata e lesioni nei confronti di due cittadini marocchini, un uomo di 43 anni e una donna di 32 anni, che era incinta all'epoca dei fatti. La polizia ha eseguito un’ordinanza di applicazione della misura cautelare del divieto di dimora a Milano nei confronti di cinque esponenti dell’area antagonista, membri del Comitato autonomo abitanti Barona.

Racket e botte nelle case popolari della Barona: indagate cinque persone

Le indagini della Digos, iniziate nel maggio del 2018 dopo la denuncia delle due presunte vittime, hanno portato all'iscrizione nel registro degli indagati di cinque persone, quattro cittadini italiani tra i 21 e i 38 anni e un cittadino rumeno 36enne, tutti con precedenti di polizia per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Le due persone che sarebbero state aggredite erano in precedenza a loro volta membri del comitato.

Tutto è iniziato, secondo quanto ha reso noto la polizia, quando l'uomo ha cercato di lasciare il gruppo e di riprendersi i suoi effetti personali e i soldi versati. Gli altri lo avrebbero per questo picchiato con un bastone. La donna, all’epoca incinta, avrebbe tentato di difenderlo e sarebbe stata a sua volta colpita. In seguito sarebbe stata minacciata e costretta a lasciare l’appartamento che occupava con la sua famiglia, che aveva ottenuto con l’ingresso al comitato dietro versamento di 1400 euro.

L'accusa: Case in cambio di soldi e resistenza alla polizia

Secondo gli investigatori della Digos il Comitato autonomo abitanti Barona, pur presentandosi come una "associazione politica di sostegno nei confronti dei soggetti deboli che hanno bisogno di una casa" fornirebbe in realtà alloggio dietro pagamento di una somma di denaro tra i 700 e i 1500 euro e con l'impegno di opporre resistenza passiva durante gli sgomberi.

La versione del Comitato: Nessun pestaggio, combattiamo le pratiche mafiose

Ben diversa è la ricostruzione offerta dal Caab sulla sua pagina Facebook. Secondo il comitato, infatti, la Digos avrebbe "ordito un attacco giuridico-politico" a distanza di un anno dal fatto. Secondo gli antagonisti, l'autore della denuncia contro di loro era stato in realtà allontanato "per violenza di genere" e invitato "a non partecipare più alle iniziative dello spazio".

L'uomo però "il giorno dopo l’assemblea che decise il suo allontanamento, tornò per pretendere di rimanere", fu invitato ad  andarsene da due membri del gruppo, ma mentre uno dei due gli parlava "ricevette un pugno dritto alla gola da questa persona, che gli tolse il fiato per alcuni secondi; approfittando dello spaesamento la suddetta persona afferrò una cazzuola che sferrò su un altro compagno, lasciandogli una cicatrice sul volto, ancora oggi ben visibile; alla fine, a fatica si riuscì ad allontanarla". Il comitato rifiuta le accuse, affermando che "occupare case per soldi è una pratica mafiosa, che specula sui problemi delle persone, e la combattiamo ogni giorno".