Si torna a parlare dell'omicidio di Desirée Piovanelli. Dopo che Giovanni Erra, condannato a 30 anni per l'omicidio della 16enne avvenuto nel 2002 a Leno (Brescia), questa sera la trasmissione Quarto Grado in onda su Retequattro, manderà in onda un'intervista esclusiva al fratello Diego Erra condotta da Ilaria Mura, in cui ricostruisce i fatti di quella drammatica notte e sostiene l'innocenza del fratello. Il manovale, all'epoca dei fatti 36enne, è stato condannato assieme a Nicola Bertocchi, Nicola Vavassori, Mattia Franco, che avrebbero attratto la coetanea nella cascina Ermengarda per violentarla. A ordire il piano per i giudici sarebbe stato proprio Erra, che all'epoca spacciava droga e frequentava ambienti di piccola criminali. Oggi Giovanni Erra scrive una lunga lettera dal carcere chiedendo nuovamente la revisione del processo.

Secondo il fratello Giovanni si sarebbe recato nella cascina perché lì nascondeva la droga, trovando così il cadavere. Poi si sarebbe allontanato senza dare l'allarme tornando il giorno successivo per recuperare lo stupefacente e rassicurare così i fornitori con cui aveva un grosso debito. "Lui quel giorno entra in cascina: sente un rumore e vede delle macchie di sangue che portano al piano di sopra. Sale, e come arriva vede una grossa pozza di sangue che arriva a uno sgabuzzino. – racconta Diego Erra – Apre la porta e vede il corpo della ragazza. A quel punto si spaventa: molla tutto, scappa, scende le scale, cade, prende la macchina e va in un negozio a prendere del vino. Lui, tra le altre cose, aveva anche questo problema: si beve quasi tutta la bottiglia, torna a casa e si mette nel letto. Prima di andare a casa, si ferma a una cabina telefonica e chiama delle persone". Ma allora perché ha confessato? "Mio fratello ha tentato parecchie volte di difendersi, ma non è mai stato creduto. È stato interrogato ed è arrivato al punto di dire: ‘Fate come volete però smettetela'". Alla domanda sul perché si sarebbe auto incriminato risponde poi facendo intravedere la fragilità psicologica del congiunto: "Perché è Giovanni. Se ci parli di persona capisci e vedi com’è".

La lettera dal carcere di Giovanni Erra

Da oltre 16 anni sogno sempre la stessa cosa, cioè che i ragazzi dicano la verità, quello che sanno e quello che è realmente successo quel maledetto giorno in cascina.

Non sono da esempio per nessuno e non lo sono mai stato perché la mia vita è stata una lunga catena di errori, che alla fine mi ha ridotto nella condizione in cui mi trovo. Sono un debole ed è stato facile, con una vita allo sbando, essere indicato come il carpo espiatorio. Che stupido che sono stato quando non ho detto agli inquirenti tutto quello che sapevo. Non l’ho fatto per paura e per proteggere i miei familiari. Non avrei mai fatto male a Desirée e non sono un pedofilo. Sono rimasto incredulo quando i ragazzi hanno fatto il mio nome. Mi sono chiesto il perché dopo tutti questi anni e non subito? Maledetto quel giorno che andai in cascina. So solo una cosa, nei minuti in cui Desirée veniva uccisa io ero in casa con la mia famiglia, ubriaco, che ronfavo sul divano.

È arrivato il tempo della verità ormai e faccio appello, ai tanti, ai troppi che conoscono i patti: aiutatemi!

Perché aiutando me, aiuterete anche a far emergere le effettive responsabilità dell’omicidio di Desirée. Nicola, Mattia, Nico, mi rivolgo soprattutto a voi. Oramai siete uomini, assumetevi le vostre responsabilità e fate quello che dovevate fare 16 anni fa.