A tre mesi esatti dal primo caso italiano di Coronavirus, il sindaco di Nembro, uno dei paesi della provincia di Bergamo più colpiti dalla pandemia di Covid-19 ha parlato con Fanpage.it di come Nembro stia affrontando la ripartenza, rivolgendo anche lo sguardo a ciò che non ha funzionato negli scorsi mesi. "La ripartenza richiede un forte senso di responsabilità, e c'è il rischio che ci sia disattenzione – dice Claudio Cancelli -. È una ripartenza con ‘rischio calcolato' come è stato detto, ma vuol dire che dobbiamo garantire rispetto delle misure, di tutte le misure indicate". A Nembro riapriranno i luoghi della socialità, come piazze e parchi. "Ci stiamo ponendo anche il problema dei servizi del nido o dei Cre (Centri ricreativi estivi), gli spazi dove finora le famiglie non hanno potuto portare i figli. E poi riaprono luoghi di lavoro. C'è un rischio connesso, dobbiamo assicurare che ci sia sorveglianza sanitaria e si possa intervenire subito laddove dovesse esserci il contagio, per evitare che si torni indietro".

Sindaco, è preoccupato da questa Fase 2?

Sono preoccupato, ma spero che la responsabilità sia gestita bene da cittadini. Sono preoccupato anche per tutte le problematiche legate al riavvio delle attività produttive, perché l'impressione è che non sarà semplice uscire da questa emergenza e serviranno tanti mesi.

Cosa non ha funzionato?

Tutti abbiamo sottovalutato il problema. Però se domani si riproponesse la situazione è importante aver imparato da ciò che successo. Se pensiamo alla medicina di base una riflessione che va fatta è sul perché non siamo stati in grado di intervenire sul territorio e agire subito su persone che si ammalavano e hanno poi ingolfato gli ospedali con tanti casi gravi. Un'altra riflessione è sul perché abbiamo avuto medici di base che per tantissime settimane non hanno avuto i presidi per andare a fare le visite domiciliari. Bisognava intervenire subito sul paziente, non fare assistenza telefonica, serviva capire subito quando la situazione evolveva. Abbiamo avuto casi di persone che si sono aggravati a casa e quando si è intervenuti sono stati portati in ospedale e sono stati intubati.

Quante persone sono morte a Nembro a causa del coronavirus?

Abbiamo avuto 177 decessi dal 23 febbraio. Nelle ultime 4 settimane possiamo dire che non c'è più questo problema, abbiamo uno o zero decessi a settimana. Ma nella seconda settimana di marzo abbiamo avuto un picco di 60 decessi a settimana. Nell'analogo periodo dello scorso anno abbiamo avuto 15-20 morti, a fronte dei 177 di oggi. Nel periodo critico abbiamo avuto 10 volte i decessi di un anno fa.

Le capita mai di fermarsi a pensare alle settimane passate, e a chiedersi cosa sarebbe successo se fosse stata istituita la zona rossa?

Adesso risulta abbastanza evidente che avrebbero dovuto farla. Nella fase finale di febbraio c'era una percezione di questa crescita di contagi, ma forse non c'era la comprensione completa da parte di tante persone della gravità di quello che stava succedendo. Penso però che l'Istituto superiore di sanità conoscesse i numeri e avrebbero dovuto seguire indicazioni dell'Iss. La zona rossa avrebbe protetto non tanto i comuni di Nembro e Alzano, ma soprattutto i comuni fuori. Sarebbe cambiata la diffusione del contagio.

Non le viene mai di chiedersi come è stato possibile non istituire la zona rossa?

Hanno avuto paura di prendersi questa responsabilità. Né il governo, né la Regione Lombardia volevano assumersi la responsabilità di questa scelta.

Ma perché, se altrove erano state fatte?

Mentre prime zone rosse riguardavano comuni non così contigui, ma separati e con una densità di popolazione e tessuto produttivo contenuti, qui si sarebbe dovuto intervenire su realtà senza soluzioni di continuità. Da Bergamo ad Albino non si capisce che si sta passando da un paese all'altro. Il tessuto produttivo è davvero molto ricco e articolato, e quindi si aveva preoccupazione per la difficoltà di gestione della zona rossa e dell'impatto che avrebbe potuto avere sul tessuto produttivo. Detto ciò, essendo un problema sanitario avrebbero dovuto ascoltare l'Iss.

Non prova mai rabbia per quanto accaduto?

La rabbia c'è: però non amo cedere alla rabbia. Siamo stati troppo impegnati a intervenire sulle emergenze: persone isolate a casa a cui dovevamo portare farmaci, dializzati positivi da portare nei centri dialisi dove nessuno li portava. Certo, se dobbiamo dare un giudizio è stato periodo costellato di tanta generosità, ma anche di errori che sono costati cari ai cittadini e chi operava nella sanità.

Vi siete fatti un'idea sulle responsabilità di questi errori?

Il nostro sistema sanitario lombardo ha affrontato con molta fatica e diverse criticità questo periodo. Non è pensabile che non si abbiano presidi, che si debba impazzire per cercare una bombola di ossigeno in tutta la provincia di Bergamo o che nessuno mi porti un dializzato in un centro dialisi. Non è pensabile che manchino medici di base perché sono andati anche loro in malattia.

Questo è ciò che è successo a valle, lo abbiamo visto e raccontato: ma a monte?

Lo lascerei decidere ai cittadini lombardi. Non ho intenzione di fare polemiche politiche con nessuno, anche se ho le mie valutazioni su quello che è successo.

Tornando alla mancata zona rossa, le era arrivata la comunicazione della chiusura?

No, arrivavano le voci: "Ci sono i militari, si sono spostati carabinieri ed esercito". Si diceva: "Sembra che stia per accadere". Governo e Regione avrebbero dovuto fare insieme il decreto, ma si sono rimpallati le responsabilità. Non è arrivata una riga di comunicazione. Però noi eravamo pronti, io e il mio collega di Alzano la davamo per scontata. Io ho avuto un'unica telefonata con Fontana solo quando sono risultato positivo, mi ha chiamato la sera a casa per farmi gli auguri.

Vi siete sentiti un po' abbandonati a voi stessi?

Non direi abbandonati perché non sarebbe corretto, ma sicuramente sono mancati livelli di coordinamento e coinvolgimento. Per esempio mi sarei aspettato che il prefetto, che ha il diritto di convocare il Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza, ci chiamasse e chiedesse il nostro parere su quello che si doveva fare. È stato un periodo terribile, compreso fare le telefonate di condoglianze a persone che si conoscevano. Adesso spero che si faccia un'adeguata riflessione in futuro su cosa non ha funzionato, e ci mettano la testa anche tecnici. Perché la salute è un problema che richiede soluzioni tecniche, non politiche. E il politico bravo è quello che sa far funzionare l'apparato tecnico in funzione della salute dei propri cittadini.

(Intervista a cura di Carla Falzone e Simone Giancristofaro)