Il sindaco di Milano Beppe Sala con Matteo Renzi
in foto: Il sindaco di Milano Beppe Sala con Matteo Renzi

Proteste degli amministratori pubblici di Milano e tanti altri Comuni italiani dopo l'approvazione al Senato di un emendamento al decreto legge Milleproroghe che, tra i tanti provvedimenti, contiene anche il "congelamento" per due anni del Piano periferie approvato dai governi Renzi e Gentiloni. Oltre due miliardi di euro destinati a progetti già pronti a partire, come ad esempio, a Milano, quelli che riguardano il quartiere Adriano (prolungamento della tramvia sette, costruzione di una scuola media e di un nuovo lotto del parco). Le critiche più dure al governo sono partite proprio da Milano, con l'assessore all'Urbanistica Pierfrancesco Maran, iscritto di lungo corso al Pd e "renziano di ferro", in prima fila: "Incredibile. Il Governo 5Stelle – Lega taglia 2.1 miliardi di investimenti nelle periferie italiane (a Milano al Q.re Adriano). Perché? – ha scritto Maran in un post molto condiviso su Facebook – Sono così sbigottito ed incredulo che non riesco ancora ad essere nemmeno arrabbiato, eppure la notizia è incredibile ed ingiustificabile".

Poco più tardi sono arrivate anche le dichiarazioni del sindaco di Milano, Beppe Sala: "A proposito del bando periferie. Certamente la questione va ancora capita nei dettagli e comunque impatterà in maniera diversa città per città. Ma altrettanto certamente questa è una manovra politica del nuovo esecutivo per screditare una buona idea dei governi precedenti – ha scritto Sala su Facebook – Rimane il fatto che il primo segnale di questo esecutivo rispetto alla delicata questione delle periferie è assolutamente negativo. Ho chiesto ai miei uffici di trovare una soluzione per poter rispondere alle giuste esigenze dei miei concittadini. Milano non intende fermare i progetti che sono stati programmati". In seguito Sala ha anche aggiunto: "Non calpestiamo la dignità dei sindaci che si sono spesi e sono andati nei quartieri a parlare dei progetti".

Il rinvio votato all'unanimità al Senato: anche dal Pd

Sul rinvio del "Piano periferie", dopo i commenti infuocati soprattutto di esponenti dem, sono però arrivate le repliche degli esponenti del governo. E soprattutto è arrivata la notizia (riportata inizialmente dalla testata "Gli Stati generali") che l'emendamento contenente il rinvio del piano è stato votato all'unanimità in Senato (come si può controllare a questo link), anche dai senatori del Partito democratico. Un apparente controsenso che sembra disinnescare, o quanto meno ridimensionare, le critiche di Maran e Sala. Non è ancora chiaro perché il testo dell'emendamento sia stato votato all'unanimità, dopo che tra l'altro il Pd aveva annunciato battaglia al Senato. I dem parlano di una svista, denunciando che il testo era "particolarmente involuto, soprattutto nel passaggio relativo al bando delle periferie".

Le precisazioni del sottosegretario all'Economia, Laura Castelli (M5s)

D'altro canto, sull'emendamento sono arrivate le precisazioni del sottosegretario all'Economia Laura Castelli, del Movimento 5 stelle: "In merito alla questione dei fondi per le periferie relativi ai progetti locali bisogna fare chiarezza – ha detto il sottosegretario in una nota – Il Governo è intervenuto per dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale n. 74 del 2018. Abbiamo pertanto garantito immediata finanziabilità per i primi 24 progetti che hanno ricevuto un punteggio superiore a 70/100. Ma, vista la necessità di rispettare la sentenza della Consulta, è stato necessario intervenire per analizzare i restanti progetti e valutare quali abbiano davvero una funzione di rilancio per le periferie. In ogni caso – ha aggiunto la Castelli per tranquillizzare gli amministratori locali – le spese progettuali già sostenute verranno rimborsate". Il sottosegretario ha poi puntato il dito contro il Partito democratico: "È il colmo che oggi (ieri, ndr) il Pd ci attacchi visto che ha votato a favore dell’emendamento ma, soprattutto, dopo che ha promesso dei fondi con una norma sulla quale è intervenuta una pronuncia di illegittimità costituzionale: le sentenze della Consulta non valgono più per il Partito democratico?".