"Aprire in questo momento, con queste regole, vuol dire fallire". Paolo Polli, imprenditore che a Milano ha quattro ristoranti, ha spiegato a Fanpage.it perché ha deciso di non riaprire i locali nonostante dal 18 maggio sia possibile farlo, con una serie di limitazioni e regole da seguire.

Milano, ristoratore accampato all'Arco della Pace

"La gente avrà paura di andare nei locali per il coronavirus, non ha soldi", riflette Polli che da più di dieci giorni sta dormendo all'arco della Pace, a Milano, luogo scelto per il flash mob dei ristoratori all'inizio di maggio e conclusosi con la multa ai presenti, per assembramento. "Da quel giorno ho deciso di rimanere qua. I primi tre giorni ho dormito con un sacco a pelo sulle sedie. Questa è la mia vita, una tenda due metri per uno, una coperta", racconta.

"Vogliamo ripartire in maniera dignitosa"

"In questo momento se dovessi fare una scelti non di cuore, ma di testa, sarebbe quella di riconsegnare le chiavi al proprietario del locale e chiudere", spiega il ristoratore. La sua protesta è per chiedere condizioni più favorevoli per la riapertura delle attività. "Voglio cercare di fare ripartire i miei colleghi in maniera dignitosa, fino a questo periodo hanno pagato luce, tassa rifiuti, affitto con incasso zero. Chiediamo la possibilità di ripartire con dignità, adeguando tutto agli incassi che avremo in futuro. Con i costi fissi al cento per cento non abbiamo futuro. In questo momento aprire costa più che rimanere chiuso. Ho 38 dipendenti, abbiamo chiesto la cassa integrazione ma non è arrivata e stiamo pagando noi una parte dello stipendio per aiutarli.