La cerimonia per i 47 anni dalla morte del commissario Luigi Calabresi
in foto: La cerimonia per i 47 anni dalla morte del commissario Luigi Calabresi

L'omicidio del commissario Luigi Calabresi, nel 1972, e la strage di via Fatebenefratelli davanti alla Questura di Milano, nel 1973. Il 17 maggio Milano ricorda due giornate tragiche che, a distanza di un anno, sono entrate tra le pagine più buie della storia della città. La commemorazione si è svolta questa mattina alla presenza del questore Sergio Bracco, della vedova di Calabresi, Gemma Capra, con il figlio Mario Calabresi, del prefetto di Milano, Renato Saccone. Al termine della cerimonia sono state deposte delle corone al busto del commissario Calabresi, nel cortile interno della Questura, e presso la lapide, in via Fatebenefratelli, che ricorda Felicia Bartolozzi, Gabriella Bortolon, Federico Masarin e Giuseppe Panzino, le quattro vittime della strage in cui rimasero ferite anche 52 persone. "La morte di Calabresi giunse dopo una campagna denigratoria molto forte", ha ricordato il questore, Sergio Bracco. Nella lotta al terrorismo, ha aggiunto, "Milano ha pagato un contributo altissimo". "Il nostro non odiare – ha detto la vedova la signora Gemma Capra – è stato il modo migliore per riabilitarlo, perché noi sapevamo chi fosse, ma gli italiani no".

L'agguato del 17 marzo 1972 in via Cherubini

Luigi Calabresi aveva 35 anni quando fu ucciso a pochi passi dalla sua abitazione, in via Cherubini, mentre andava al lavoro, per mano di un commando composto da due uomini. L'assassinio, una delle pagine più note e dibattute degli anni di piombo, arrivò al termine di una lunga e violenta polemica sulla responsabilità per la morte del ferroviere Giuseppe Pinelli, esponente del movimento anarchico milanese, morto il 15 dicembre 1969 cadendo da una finestra della Questura di Milano nel corso di un interrogatorio in relazione alle bombe di Piazza Fontana. Una parte dei movimenti della sinistra extraparlamentare indicò in Calabresi, allora vice capo dell'ufficio politico, il responsabile della morte di Pinelli. Ne seguì una campagna mediatica contro il commissario, che iniziò a ricevere minacce e intimidazioni. Celebre in questo senso è rimasta la campagna di stampa del movimento Lotta Continua attraverso il proprio giornale. L'Espresso, a partire dal 13 giugno 1971, pubblicò un appello sottoscritto da molti politici e intellettuali, in cui Calabresi era definito "commissario torturatore" e "responsabile della fine di Pinelli". La mattina del 17 maggio 1972, poco dopo le 9 di mattina, Calabresi fu colpito con due colpi di pistola, alla testa e alla schiena, dal killer che lo attendeva nella traversa di Corso Vercelli. Immediatamente soccorso, morì poco dopo in ospedale. Lasciò la moglie e tre figli: Mario, Paolo e Luigi, nato pochi mese dopo la sua morte. Dopo un lungo iter giuridico, nel 1997 arrivò la sentenza definitiva in Corte di Cassazione che portò alla condanna di Ovidio Bompressi e Leonardo Marino come esecutori dell'assassinio e Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri come mandanti, condannati per il reato di concorso morale in omicidio.

La strage durante la commemorazione un anno più tardi

Una nuova giornata di violenza fu vissuta a Milano esattamente un anno dopo, il 17 maggio 1973. Durante la cerimonia per commemorare l'anniversario dalla morte del commissario Luigi Calabresi, un ordigno esplose in mezzo alla folla con effetti devastanti. Morirono Felicia Bartolozzi, Gabriella Bortolon, Federico Masarin e Giuseppe Panzino e rimasero ferite 52 persone. L'autore dell'attentato, Gianfranco Bertoli, fu arrestato poco dopo. Dichiarò che il suo scopo era quello di uccidere il ministro dell'Interno Mariano Rumor, che si era appena allontanato dopo la commemorazione in cui aveva scoperto il busto dedicato a Calabresi nel cortile della Questura.