"In questi tre mesi abbiamo visto arrivare nei nostri centri persone nuove, mia viste prima. Sono operai, camerieri, lavoratori della ristorazione e degli alberghi, colf. Persone che avevano una loro capacità di sopravvivere, magari con lavori precari o in nero, e adesso non hanno più niente". Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana, intervistato da Fanpage.it racconta come dall'inizio della pandemia di coronavirus a Milano le persone bisognose sono aumentate in modo preoccupante. Molte di queste erano fino a pochi mesi fa perfettamente in grado di mantenersi e ora, con la chiusura delle attività, non hanno più nulla.

Chi sono i nuovi poveri che vengono a bussare alla porta della Caritas Ambrosiana?

C'è una grande varietà di soggetti che si sono trovati travolti da questa situazione imprevedibile. Nelle prime settimane di emergenza abbiamo tenuto aperti i servizi pensando soprattutto a non lasciare sole le persone fragili che già seguivamo. Poi sono arrivare quelli mai visti prima, molti dei quali avevano perso il lavoro con il lockdown. Molti sono rimasti a casa da un giorno all'altro perché privi di tutele. Ci sono persone di mezza età, alcuni ultra cinquantenni in difficoltà, ma anche qualche giovane. Molti hanno fatto domanda per l'aiuto al reddito. Poi ci sono gli anziani, che ci contattato soprattutto perché soli, isolati o spaventati.

Quali sono le richieste di aiuto che ricevete da parte di queste persone?

Noi stiamo cercando di moltiplicare le risposte perché i bisogni sono in aumento. C'è chi chiede un pacco di cibo, chi un aiuto a pagare le bollette o l'affitto, persone che si sono indebitate e non sanno come fare. Per il Fondo San Giuseppe per chi ha perso il reddito sono arrivate oltre 800 domande dal 25 marzo. Ne abbiamo processate 500 e sono partiti i primi aiuti.

Quanto è aumentato il bisogno e per quanto durerà?

Stiamo raccogliendo i dati dai nostri centri per avere un quadro preciso, ma in media rileviamo un più 50 per cento di persone che chiedono per la prima volta accesso ai servizi. L'impressione è quella di un aumento forte e che sta ancora continuando. Ancora non sappiamo quante di queste persone con la riapertura staranno meglio, ma parlando con i nostri collaboratori il timore diffuso è che l'emergenza dal punto di vista della nuova povertà duri per altri 6 mesi.

Il virus ha colpito in modo più crudele le famiglie già fragili e in difficoltà?

Ha colpito tutti, ma in modo diverso. Chi era più garantito ha potuto reagire, ha avuto lo smart working o la cassa integrazione, ha potuto fare studiare i figli da casa, Chi era già in affanno è andato in crisi e in alcuni casi è rimasto senza nulla.

È di oggi la notizia di un bimbo rimasto ucciso mentre cercava di recuperare vestiti usati da un cassonetto.

Non conosco nel dettaglio il caso, ma è evidente che le famiglie già in difficoltà ora sono schiacciate, situazione di disagio che magari erano sotto controllo ora si trovano a subire effetti devastanti. Il blocco delle attività economiche e la chiusura delle scuole toglie anche le briciole che magari potevano arrivare prima. Questo è inaccettabile. Non possiamo avere nelle nostre comunità persone che non hanno nemmeno il minimo per sopravvivere, che toccano il fondo o restino senza dignità. Dobbiamo lavorare per evitare che queste cose si ripetano.