(Foto: Comunità di Sant’Egidio)
in foto: (Foto: Comunità di Sant’Egidio)

Sono passati dieci anni dallo sgombero del campo rom di via Rubattino, a Milano. Era la mattina del 19 novembre 2009 quando, nella baraccopoli alla periferia est della città, 400 persone per un totale di oltre 70 famiglie venivano svegliate dai poliziotti in tenuta antisommossa e dalle ruspe. Un evento traumatico che coinvolse e terrorizzò anche decine di bambini. Fu quello il culmine dell'offensiva della giunta di centrodestra di Letizia Moratti e del suo vicesindaco-sceriffo, Riccardo De Corato, che per mesi portò sgomberi quasi quotidiani in tutta la città.

Una "caccia all'uomo" contro i rom che ebbe spesso come unico effetto quello di spostare ripetutamente le stesse famiglie da un luogo all'altro, lasciandole ogni volta senza riparo e senza soluzioni. Fino al caso estremo di una bambina sgomberata venti volte in un anno. Un decennio più tardi, per quelle famiglie è cambiato tutto. Grazie all'aiuto di associazioni, parrocchie e decine di cittadini volontari, ora quasi tutti gli ex abitanti del campo vivono in casa, almeno una persona per famiglia ha un lavoro fisso e i bambini vanno a scuola, dalle materne alle superiori. Una percorso di integrazione che, con numeri così alti, non ha eguali in Italia.

Ruspe e poliziotti all'alba: settanta famiglie a dormire sotto la pioggia

"Eravamo al culmine del ‘cattivismo'. Quella giornata iniziò all'alba con l'arrivo delle ruspe e finì a notte fonda con le coperte distribuite a chi era finito a dormire sotto il ponte della tangenziale. Fu un'esperienza traumatica", ricorda oggi Stefano Pasta, volontario della Comunità di Sant'Egidio. La bella notizia, quel giorno, fu però la risposta della città. Per aiutare le famiglie sgomberate non si mobilitarono solo le associazioni, i sindacati e la chiesa. I cittadini del quartiere, le maestre delle scuole elementari, le mamme dei compagni di classe dei bimbi rom rimasti in strada. Decine di persone da tutta Milano si resero disponibili per procurare cibo, coperte e trovare una sistemazione di fortuna. "Quella reazione segnò anche la nascita di un rapporto nuovo tra i residenti e le famiglie rom – sottolinea Pasta -. Iniziarono a guardarsi con occhi nuovi e partì un percorso che dieci anni più tardi ha portato quasi tutti i nuclei familiari che vivevano nella baraccopoli ad abitare in casa e condurre una vita regolare e integrata".

La storia di Assunta, mamma in prima linea per aiutare i compagni di classe del figlio

Una delle persone che si trovarono in prima linea nell'emergenza è Assunta Vincenti, all'epoca mamma di un compagno di classe di una delle bambine rom sgomberate. "Quel giorno è stato drammatico anche per noi. Io fino a quel momento non conoscevo bene la situazione dei rom. Come tutti ero piuttosto diffidente verso di loro", racconta Assunta a Fanpage.it, ricordando quella drammatica giornata. "Una delle famiglie del campo aveva i figli nella scuola di mio figlio, così ci siamo conosciuti. Il papà di questa bambina era una persona gentile, mi era capitato di dargli una mano con i documenti per la scuola. Avevamo un rapporto cordiale. Poi sono stati sgomberati ed è cambiato tutto. Ho visto le loro condizioni difficili e la vicinanza è aumentata".

"Dopo che le ruspe avevano distrutto il campo, la loro famiglia era senza un riparo. Letteralmente dormivano sotto i ponti, sotto la pioggia. È un ricordo violento, che pesa ancora. Quella sera ho accompagnato due famiglie a dormire in una parrocchia, poi altre due in un'altra. Per mesi abbiamo avuto sgomberi quasi quotidiani", spiega Assunta, che oggi continua a fare la volontaria per Sant'Egidio aiutando mamme e famiglie rom. Nel frattempo sono nate amicizie con le famiglie che all'epoca dormivano nelle baracche, mentre oggi si sono integrate. "Dopo dieci anni di strada ne hanno fatta. Lavorano, i bambini vanno tutti a scuola. Anche noi abbiamo guadagnato qualcosa, a livello umano. Abbiamo capito che eravamo in sintonia, avevamo le stesse preoccupazioni, a partire dalle speranze e i timori per il futuro dei nostri figli".

"Ci chiamavano buonisti già dieci anni fa"

Dieci anni fa l'assessore Riccardo De Corato, anticipando i tempi, attaccava i volontari che si impegnavano per aiutare i rom chiamandoli ‘buonisti'. "Mi ricordo bene le parole di De Corato. Io non mi sento una persona con la testa tra le nuvole o senza senso della realtà. Sono aperta e pronta a capire l'altro. In questo senso sono contenta di essere chiamata buonista", risponde oggi Assunta. "Ricordo che in quegli anni c'era un brutto clima. I pregiudizi e lo stigma nei confronti dei rom, alimentati da una certa politica, erano molto pesanti. Noi nel nostro piccolo, almeno nel quartiere, avevamo abbattuto un muro e favorito un cambiamento", ricorda la volontaria. "Ora temo che si stia tornando indietro. Dobbiamo tornare a chiedere rispetto per i diritti di queste persone. A fare in modo che non siano bollate e considerate inferiori".

Dieci anni dopo tanti muri abbattuti

I quasi quattrocento rom che abitavano il campo di via Rubattino, intanto, hanno fatto tanta strada. Dopo un primo periodo di accoglienza nelle parrocchie, nelle sedi di associazioni o in appartamenti affittati a prezzi calmierati, un po' alla volta hanno trovato lavoro e una sistemazione. Qualcuno ha ottenuto la casa popolare, altri vivono in affitto, c'è anche chi è riuscito a ottenere un mutuo e comprare casa. "Oggi lavorano come camerieri, giardinieri, custodi, badanti. Qualcuno è stato impiegato durante Expo. Non dicono di essere rom, perché temono di essere lasciati a casa. I ragazzi vanno a scuola, mentre all'epoca dello sgombero nessuno di loro la frequentava", spiega Stefano Pasta, "alcuni di loro oggi fanno volontariato con gli anziani nelle case di riposo. Sono totalmente integrati. Possiamo dire che per la società da ‘zingari' che erano ora sono diventati persone". Perché la storia dello sgombero di via Rubattino è anche questo. Il caos generato dal pugno di ferro delle autorità che, nonostante tutte le difficoltà, dà vita a una grande esperienza di solidarietà, che porta mamme e maestre, cittadini e vicini ad aprire le porte e superare i pregiudizi. "Abbiamo imparato che la rassegnazione si può anche sconfiggere".