La scelta di lasciare esondare il fiume Seveso nel quartiere Niguarda e non allagare così il centro della città fu una scelta politica "cinica, ma molto pratica" e non costituisce un reato. È l'opinione del pubblico ministero di Milano, Maura Ripamonti, che ha chiesto l'archiviazione per gli ex amministratori sotto inchiesta con l'accusa di inondazione colposa. Il fascicolo aperto dalla Procura di Milano, relativo alle esondazioni tra il 2010 e il 2014 nella periferia nord di Milano, vede iscritti nel registro degli indagati, tra gli altri, gli ex sindaci Giuliano Pisapia e Letizia Moratti e l'ex governatore lombardo Roberto Formigoni.

Per la pm quella di allagare la periferia fu un scelta politica

La Procura contestava agli indagati danni provocati dall'acqua e dal fango per 178 milioni di euro e li accusavano di condotte "omissive". Ora l'accusa ha chiesto l'archiviazione per tutti, sottolineando che, a causa della carenza di risorse per gli interventi necessari a scongiurare i danni, fu fatta una scelta "cinica ma molto pratica": non far allagare il centro città, ma solo la periferia. Nel comportamento degli amministratori gli inquirenti non hanno quindi ravvisato profili di responsabilità penale.

Nel novembre 2014 l'esondazione di Seveso e Lambro: città paralizzata

Nel novembre del 2014 la furia dell'acqua del fiume Seveso, gonfiato dal maltempo, si abbatté  sui quartieri Niguarda e Isola a nord della città. Per ore i trasporti rimasero bloccati, mentre negozi e cantine si riempivano di fango. Anche il Lambro uscì dagli argini obbligando a evacuare tre comunità ospitate nel parco cittadino che costeggia il torrente. Un pezzo della sponda del Naviglio Pavese finì per cedere alla pressione della corrente.