"La commissione d’inchiesta serve ai cittadini lombardi per capire quali sono i meccanismi da migliorare nella sanità pubblica lombarda e capire cosa non è andato. Non è uno strumento politico di lotta tra maggioranza e opposizione. E deve partire il prima possibile". Massimo De Rosa, nuovo capogruppo del Movimento 5 Stelle al Pirellone, intervistato da Fanpage.it fa il punto sulla commissione d'inchiesta sull'emergenza Covid-19, annunciata dal Consiglio regionale a fine aprile e ancora impantanata nella scelta del presidente, bloccata da una serie di veti e ostruzionismi. Intanto si attende la decisione del Consiglio di Stato sul caso dei test sierologici Diasorin, sollevato proprio dai Cinque stelle e al centro anche dell'ultimo reportage di Fanpage.it "Italia lockdown, fase 2. Il disastro Lombardia".

Dopo oltre due mesi è ancora tutto fermo, i cittadini lombardi e i comitati delle vittime del covi iniziano a chiedersi se il Consiglio regionale sia incapace di agire su un tema così importante

La maggioranza ha nicchiato e perso tempo, ha messo dei veti sulla scelta delle opposizioni legittime e regolamentata rispetto al presidente di questa commissione, oggi riceviamo l’ennesimo veto sui partiti d’opposizione in questa commissione, che deve comunque garantire la pluralità di voci e la possibilità di indagini su quello che è successo. Quindi per noi o parte immediatamente o agiremo di conseguenza.

Siete pronti a riproporre l’ipotesi di una commissione alternativa?

Se la situazione non si sblocca metteremo in piedi una commissione parallela, andremo sui territori a parlare con i medici e i cittadini per capire quali problematiche il sistema sanitario lombardo oggi, per come è concepito, non riesce ad affrontare.

Anche sui test sierologici ancora non c’è una soluzione. Tra ritardi, accordi e sentenze del Tar è tutto sospeso.

Regione Lombardia, il territorio più colpito d’Italia e a un certo punto della storia anche nel mondo, non faceva test sierologici perché era blindata e bloccata in attesa di un test specifico che era stato definito dal San Matteo e da Diasorin e che si stava sviluppando. Questo test è stato acquistato in via diretta e senza gara e ha causato un’attesa di due mesi. Noi contestiamo il fatto che si è attesto troppo e si è arrivati alla fine del lockdown senza avere una mappatura precisa e un’idea di com’era diffuso il virus sul nostro territorio, ma sempre inseguendo i focolai e le segnalazioni che arrivavano dai cittadini alle Ats con campionature estemporanee.

Che conseguenze può avere la battaglia legale?

Il Tar è stato abbastanza chiaro, aspettiamo ora il Consiglio di Stato, ma non credo ci saranno grosse sorprese. I giudici amministrativi hanno detto che l’accordo non si poteva fare, che c’era un guadagno economico dietro quell’accordo, che c’erano altri test a disposizione e non era obbligatorio aspettare questo per mappare la popolazione. Resta la domanda: perché Regione Lombardia ha voluto acquistare questo test e non altri? Ricordo che mentre noi stavamo ancora stipulando gli accordi Diasorin-San Matteo c’erano regioni come la Campania che acquistavano milioni di test rapidi.

Cosa non ha funzionato in Lombardia rispetto al resto d’Italia?

Su questo tema ci siamo confrontati con il commissario straordinario Domenico Arcuri. Confrontando come si sono svolte le gare a livello nazionale e quello che è accaduto in Lombardia, si è visto che un commissario straordinario, che avrebbe potuto prendere il primo che passava e affidargli la fornitura dei test, perché in emergenza poteva farlo, ha fatto una gara su più parametri e che non ha messo al centro solo il prezzo del test. Regione Lombardia ha deciso invece di basare tutto su un accordo tra un privato e un Irccs, ha fatto anche un acquisto in via diretta che non era giustificato dall’urgenza, perché in ritardo rispetto ai test già presenti sul mercato. E quando poi è stata fatta una gara, si è visto che il test scelto non arrivava primo.