Annalisa Malara (foto Facebook Collegio Nuovo – Fondazione Sandra e Enea Mattei)
in foto: Annalisa Malara (foto Facebook Collegio Nuovo – Fondazione Sandra e Enea Mattei)

"Se il noto falliva, non mi restava che entrare nell’ignoto". Quando Mattia, il 38enne di Codogno che è stato il primo positivo al coronavirus in Italia, si è presentato in ospedale con una forma di polmonite che non si riusciva a curare, i medici del pronto soccorso del piccolo ospedale lodigiano hanno dovuto pensare all'impossibile. Quel paziente, che diceva di non aver avuto alcun contatto con la Cina o con malati di coronavirus, poteva essere stato contagiato dal covid-19.

"Ho pensato che anch’io, per aiutarlo, dovevo cercare qualcosa di impossibile", ha raccontato Annalisa Malara, 38 anni, l'anestesista che per prima ha intuito la malattia, contribuendo in modo decisivo alla scoperta del focolaio italiano. In un'intervista a Repubblica, la dottoressa ha spiegato come lei e i suoi colleghi sono arrivati alla diagnosi.

La vicenda di Mattia M. è ormai nota. Il primo italiano risultato ufficialmente contagiato all'interno dei confini nazionali era malato dal 14 febbraio. Pensava di avere una normale influenza, ma i sintomi non passavano e le sue condizioni si sono aggravate giorno dopo giorno. Il 18 febbraio è arrivato al pronto soccorso a Codogno. Non avendo dichiarato contatti sospetti con il focolaio cinese del virus, non è scattato il protocollo di sicurezza. Le lastre hanno evidenziato una leggera polmonite e il 38enne ha preferito tornare a casa. Meno di 24 ore dopo le sue condizioni si erano aggravate ed è tornato al pronto soccorso con difficoltà a respirare. Il 20 mattina i medici hanno pensato all'eventualità più assurda.

"Per la prima volta farmaci e cure risultavano inefficaci su una polmonite apparentemente banale", ha ricordato Malara, "per esclusione ho concluso che se il noto falliva, non mi restava che entrare nell’ignoto". A quel punto la moglie del 38enne si è ricordata degli incontri con un amico e manager tornato dalla Cina (il presunto paziente ‘zero' che poi è risultato negativo ai test). I medici hanno quindi chiesto il via libera per fare il tampone. "Mi è stato detto che se lo ritenevo necessario e me ne assumevo la responsabilità, potevo farlo", ha raccontato l'anestesista.

Una decisione azzeccata che ha permesso di avviare le cure sperimentali per Mattia (trasferito poco dopo al Policlinico San Matteo di Pavia) e di organizzare la zona rossa e tutte le altre misure di contenimento che si spera possano ridurre la diffusione del contagio.