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Brescia, i fratelli Medeghini arrestati per il crac da 600 milioni dell’azienda di formaggi

I fratelli Arturo e Severino Medeghini, responsabili dell’omonimo gruppo caseario bresciano, sono stati arrestati mercoledì mattina dagli uomini della guardia di finanza di Brescia nell’ambito di un’operazione sul crac da 600 milioni di euro che ha coinvolto le principali società del gruppo, dichiarate fallite tra il 2010 e il 2013.
A cura di F.L.
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I fratelli Arturo e Severino Medeghini, in passato alla guida dell'omonimo gruppo caseario bresciano, sono stati arrestati mercoledì mattina dagli uomini della guardia di finanza di Brescia nell'ambito di un'operazione sul crac da 600 milioni di euro che ha coinvolto le principali società del gruppo, dichiarate fallite tra il 2010 e il 2013. I due fratelli sono accusati di fatture false e reati finanziari, oltre che di associazione per delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta. Nell'operazione delle fiamme gialle, denominata Ghost cheese, sono indagate 20 persone e sono stati sequestrati 4,2 milioni di euro a due istituti di credito coinvolti nelle indagini.

Crac da 600 milioni di euro, arrestati i fratelli Medeghini

Il declino del Gruppo Meneghini, che negli anni d'oro impiegava 400 dipendenti e aveva 300 milioni di fatturato, è iniziato nel 2008, quando era stato acquisito da una società di leasing. Con gli anni le perdite erano diventate insostenibili: nel 2009 erano state 106 milioni di euro. Dopo il fallimento delle principali società del gruppo, la parabola discendente era terminata lo scorso gennaio, quando il marchio era stato messo all'asta, con base a 500mila euro.

Nelle carte dell'inchiesta della guardia di finanza sono finite linee di credito prive di garanzia concesse da compiacenti funzionari di istituti di credito e numerose operazioni inesistenti tra le diverse società del gruppo, che sarebbero state contabilizzate per nascondere la reale situazione patrimoniale. Tra le tante operazioni fraudolente c'è l'emissione di una mega fattura da 55 milioni come "acconto su forniture future di latte": dagli accertamenti delle fiamme gialle è emerso che, per giustificare una somma simile, l'azienda avrebbe dovuto disporre di un milione di quintali di "quote latte", mentre ne aveva appena 178mila quintali.

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