"Dietro quella frase c'è una concezione medievale della salute che prevede una divisione tra nobili e plebei. Gli uni hanno diritto a cure di alto livello, per gli altri al massimo rimane l'atteggiamento caritatevole del ricco che mette a disposizione qualche risorsa". Per Vittorio Agnoletto, volto storico della sinistra movimentista, medico del lavoro, insegnante di Globalizzazione e Politiche della salute all'Università Statale di Milano e responsabile scientifico dell'Osservatorio Coronavirus di Medicina democratica, le parole dell'assessore lombardo, Giulio Gallera, che ha ringraziato gli ospedali privati che "hanno aperto le loro terapie intensive e le loro stanze lussuose ai pazienti ordinari", non sono una gaffe e nemmeno un battuta, ma la rappresentazione di una visione della sanità che, da trent'anni a questa parte, guida le scelte politiche della Lombardia.

Una regione dove ai privati va circa il 40 per cento della spesa sanitaria corrente, su un fondo annuo da 19 miliardi, e gli ospedali privati accreditati sono 120 contro i 106 pubblici. "Nel pensiero di Gallera traspare l'assenza di qualunque consapevolezza dei diritti previsti dalla Costituzione, resa ancora più grave dal suo ruolo istituzionale. Non era solo una battuta, per questo preoccupa enormemente", sottolinea Agnoletto intervistato da Fanpage.it. Per il medico, tra i promotori della richiesta di commissariare la sanità lombarda, "se entriamo nel merito della questione, l'affermazione appare ancora più incredibile".

Perché le parole di Gallera hanno provocato un'ondata di proteste?

Uno dei problemi principali nella pandemia in Lombardia è stata proprio la forte presenza del privato in sanità. Con l'avvio dell'emergenza il privato accreditato si è mosso in ritardo, ovviamente chiedendo tutti i benefici e i fondi necessari alla Regione. Non hanno aumentato i letti per senso di carità. Anzi, mi chiedo se finita l'emergenza rimarranno validi gli accreditamenti fatti in tempo e con modalità "di guerra". Poi c'è l'altro pezzo di sanità privata, quella non accreditata, che ha tratto dall'emergenza indiscutibili vantaggi economici.

La sanità privata non ha fatto la sua parte nella lotta al covid-19?

Non mi risulta che i privati non accreditati si siano messi a disposizione del fronte comune per combattere il virus. Anzi, avendo imposto di cancellare visite e interventi differibili nelle strutture pubbliche, la giunta di fatto ha spinto nuovi pazienti verso i privati. Chi poteva permetterselo è andato nelle strutture non accreditate. Chi non poteva sta ancora impazzendo per capire come prenotare le visite. Anche nel merito, quindi, le dichiarazioni di Gallera mi sembrano fuori luogo.

Perché criticate il modello della sanità lombarda e ne chiedete il commissariamento?

Noi denunciamo uno squilibrio in direzione della sanità privata. Non una è questione ideologica. La ragione sociale di una struttura sanitaria privata è identica a quella di qualsiasi altra azienda in qualsiasi settore. Gli investitori cercano di avere un profitto, che si ottiene con un alto numero di malati e offrendo le cure più redditizie. In Lombardia alla sanità privata va circa 40 per cento della spesa regionale corrente. A questo si aggiunge un aspetto specifico della Lombardia, quello che a mio parere ha pesato di più.

Quale sarebbe?

Chi gestisce la sanità in Lombardia applica gli stessi criteri dei privati anche al pubblico. Da questo è derivato il taglio della medicina territoriale, i medici di famiglia ignorati, gli interventi di epidemiologia trascurati. Il risultato è un'incapacità di gestire le politiche della salute.

Gli effetti devastanti del coronavirus in Lombardia sono dovuti anche a questo approccio?

Questo è il motivo per cui l'onda è arrivata potentissima. Non c'era il frangiflutti, una politica di prevenzione, che riducesse la forza dell'impatto. L'epidemia si è abbattuta in modo devastante sugli ospedali, già indeboliti dai tagli al numero dei letti e al personale. Il privato accreditato si è mosso tardi, il privato non accreditato non si è mosso proprio. Così che i medici sono arrivati a dover scegliere chi salvare in corsia, a mettere in pericolo le loro stesse vite.

I privati hanno guadagnato da questa emergenza?

Per molti aspetti, sì. Basta pensare ai tamponi, sui cui è stato fatto un grande regalo ai privati. La Regione Lombardia ha dato due opzioni ai suoi cittadini: o stare chiusi in casa per una mese, “prigionieri”, o andare a fare il test privatamente. Infine quando le persone stavano meglio e uscivano dalla fase acute, invece che requisire le cliniche, come è stato fatto in altri Paesi, li hanno mandati nelle Rsa, completando il disastro. E ora sentiamo l'elogio delle strutture private? È incredibile.

Il cambio al vertice della direzione regionale Welfare può essere una svolta?

Parliamo di cosmesi o di scienza medica? Hanno spostato il direttore generale per salvare l'assessore. Se inchieste andranno avanti, sposteranno l'assessore per salvare il presidente. Ma non c'è nessuna volontà di cambiare approccio. Il nuovo dg fa parte della corrente di pensiero che da quasi 30anni ha costruito l'attuale sanità lombarda.

Cosa servirebbe?

Capovolgere il paradigma. Puntare su prevenzione, sulla raccolta di dati, presenza sul territorio. Sappiamo che il Covid-19 era diffuso in Lombardia già a dicembre, diversi medici di famiglia hanno segnalato un aumento di polmonite interstiziali. Possibile che non ci fosse un sistema di sorveglianza in grado di raccogliere ed elaborare le segnalazioni? Potevamo salvare molte vite puntando sulla prevenzione e agendo già a gennaio.