in foto: Una protesta di indiani sikh col pugnale sacro in primo piano (Archivio Getty images)

È stato condannato dalla Cassazione perché andava in giro per le strade di Goito, nel Mantovano, con un pugnale di 20 centimetri attaccato ben in vista alla cintola dei suoi pantaloni. Ma la sentenza che lo riguarda, come spesso avviene con i pronunciamenti della Suprema Corte, è andata al di là del caso specifico e ha fatto molto scalpore. Perché ciò che hanno sentenziato i giudici della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, e cioè che gli immigrati debbano conformarsi ai valori della società nella quale vivono, è destinato ad alimentare molte polemiche in un momento storico in cui, nel nostro Paese e non solo, il dibattito sul fenomeno migratorio e sull'accoglienza dei migranti è molto acceso e polarizzato.

Il protagonista – suo malgrado – della vicenda è il 32enne Singh Yantinder, indiano di religione sikh che da anni vive a Goito assieme alla moglie. L'uomo, piccolo imprenditore del settore caseario, probabilmente non avrebbe mai pensato di trovarsi al centro di un caso destinato a fare scuola. Il tutto per un simbolo religioso, il kirpan, pugnale sacro che tutti i sikh devono indossare obbligatoriamente, quasi fosse la kippah ebraica o il velo per le donne islamiche. Con una differenza sostanziale, certo: perché, per quanto sacro, si tratta pur sempre di un coltello con una lunga lama, che per la legge italiana è un'arma contundente.

L'indiano condannato "Deluso, sono integrato nella società"

Il 32enne, in un'intervista al quotidiano "La Repubblica", si è detto "amareggiato, deluso, arrabbiato" per la sentenza. Yantinder si sente integrato nella società e non è d'accordo con quello che gli ermellini hanno stabilito a proposito del suo pugnale: "Nessuno di noi ha mai fatto il male con il kirpan, anzi è un simbolo di resistenza al male, proprio il contrario di quello che sostiene la sentenza".

I tre gradi di giudizio italiano gli hanno però dato torto. E così la vicenda, iniziata nel marzo del 2015 quando i vigili urbani di Goito lo hanno fermato multandolo per il pugnale, potrebbe arrivare davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Yantinder, così come tutta la comunità sikh italiana, sente infatti intaccato il suo diritto alla libertà religiosa, sancito dalla Costituzione: "Adesso a Goito, il mio paese, e a Mantova, abbiamo tutti paura e timore. Diversi altri miei connazionali e correligionari vengono fermati ogni giorno, anche a Cremona e a Crema perché i vigili adesso sanno che tutti portiamo il kirpan e vogliono farlo togliere a tutti noi". Yantinder si è detto pronto a proporre delle misure per venire incontro alla legge italiana, come ridurre le misure del kirpan o indossarlo sotto i vestiti, non in vista. Sullo sfondo però resta sempre il ricorso alla Corte europea di Strasburgo.

Il precedente del divieto di indossare il velo islamico.

Non è la prima volta che nel nostro Paese il diritto alla libertà religiosa e di culto si scontra con altri principi, come la sicurezza pubblica citata proprio dalla sentenza della Cassazione come "un bene da tutelare". Basti pensare a quanto accaduto proprio in Lombardia a proposito del velo islamico, vietato all'interno degli edifici pubblici da una legge regionale, sempre per questioni di sicurezza. L'impressione è che, in questo preciso momento storico, le esigenze legate alla sicurezza tendano a prevalere sulla libertà religiosa degli individui.