Quartiere San Martino, Magnago, nella accogliente mansarda all'ultimo piano di via Cardinal Ferrari, Debora, 25 anni e il suo fidanzato Arturo stanno pranzando. Si sono rivisti dopo giorni di lontananza per fare il punto sulla loro relazione, che tre mesi dopo avrebbe dovuto essere coronata dal matrimonio. È tutto pronto, la data è fissata, le due famiglie hanno fatto grossi sforzi per rendere possibile quell'unione. Non è bastato, però, perché la coppia non è felice. I toni della discussione si fanno sempre più accessi, volano grida e insulti, finché Arturo si avventa sulla fidanzata brandendo un coltello da cucina come fosse un pugnale. La colpisce ferendola gravemente. Mentre il sangue sgorga la ragazza riesce ancora a tentare la fuga dalle scale esterne del palazzo, ma lui la insegue, la raggiunge e la massacra con 15 coltellate, lasciandola a terra grondante di sangue, mentre da ogni parte vicini e parenti accorrono. È quanto è accaduto il 18 maggio del 2016 in un rispettabile condominio del Milanese.

"Mi è partito l'embolo"

Arturo Saraceno, 33enne potentino trapiantato in Lombardia, viene bloccato dalle forze dell'ordine, sedato dai medici del 118 e trasportato in un ospedale di Legnano dove resta piantonato dai carabinieri. I vicini che hanno assistito all'arrivo dei soccorsi diranno di quei momenti che l'assassino era una "maschera" e che dopo aver massacrato la fidanzata aveva puntato il coltello verso di sé, punzecchiandosi le braccia e poi puntando, senza troppa forza, all'addome, procurandosi solo tagli superficiali. Davanti al sostituto procuratore Maria Cardellicchio il 33 enne non sa spiegare le perché abbia ucciso la sua fidanzata con 15 coltellate. "Mi è partito un embolo" dice.

Le accuse alla fidanzata.

Comprendere quale fosse il conflitto all'interno del quale è maturato il raptus omicida potrebbe contribuire a delineare un movente. Secondo Saraceno, la cui unica parola rimane a descrivere il rapporto fra lui e la sua fidanzata, racconta al gip che i due si erano incontrati per un chiarimento circa ad alcune circostanze di cui il 33enne sarebbe venuto a conoscenza nell'aprile. Un furto di gioielli avvenuto a casa di suo fratello e l'ammanco di una quantità di denaro messa disposizione di Debora per le nozze, avrebbero portato Saraceno a diffidare della sua fidanzata, tanto da giungere all'interruzione della convivenza, avvenuta alcuni giorni prima. Non solo, l'uomo accusava la ragazza anche di altri furti avvenuti nelle abitazioni dove la giovane lavorava come babysitter. Secondo la famiglia di Debora, invece, Saraceno non aveva il coraggio di prendersi la responsabilità di aver deciso di annullare il matrimonio.

Il movente.

L'ammanco di soldi, quantificato nella cifra di 8mila euro, appare agli inquirenti un movente debole per un omicidio così cruento. Nel corso della sua confessione l'uomo ammette di aver avuto forti dubbi, durante il loro periodo di separazione, che la ragazza potesse avere un'altra relazione. È quella la molla che ha portato il 33enne ad assassinare a coltellate la donna che amava?

Il processo.

A un anno di distanza dai fatti Arturo Saraceno è recluso in carcere a Busto Arsizio in attesa del processo a suo carico che si celebrerà il prossimo 20 giungo con rito abbreviato. La difesa presenterà una perizia psichiatrica di parte richiesta per attestare lo stato di alterazione in cui si sarebbe trovato Saraceno al momento del delitto. "Questo – afferma il legale Daniele Galati – Non è il classico femminicidio. Saraceno è un ragazzo assolutamente normale che non aveva mai dato segni di problematicità o di violenza".