La diga del Gleno oggi (foto Giulia Luppino)
in foto: La diga del Gleno oggi (foto Giulia Luppino)

Erano da poco passate le sette del 1 dicembre 1923, una mattina gelida e piovosa, quando Francesco Morzenti, 35 anni, guardiano della diga del Gleno, l'enorme sbarramento artificiale costruito sui monti della Val di Scalve, nelle Alpi Orobie, in provincia di Bergamo, uscì dalla sua baracca per eseguire un normale lavoro di manutenzione. Le piogge torrenziali avevano riempito il bacino artificiale fino alla sommità. Da giorni nella struttura si osservavano perdite d'acqua, ma gli ingegneri avevano assicurato che non c'era alcun pericolo. Mentre stava rientrando a casa, il guardiano sentì una scossa, quindi vide alcuni massi cadere dall'alto. Subito dopo una lunga crepa iniziò a formarsi su uno dei piloni della diga. Il custode iniziò a correre per dare l'allarme, ma era troppo tardi. "Quando avevo fatto appena venti passi una spinta terribile di vento mi spostò alla destra della valle stessa. Voltandomi indietro osservai, con grande spavento, che il terzo pilone della spalla destra della diga si era completamente squarciato e dalla spalla usciva una enorme massa d'acqua", racconterà poi ai carabinieri.

È l'inizio di una delle più gravi catastrofi avvenute nel nostro Paese, ma allo stesso tempo anche una di quelle più dimenticate. Un disastro che anticipò drammaticamente di quarant'anni quello del Vajont. La diga costruita nella valle del torrente Povo per alimentare le centrali idroelettriche e dare energia agli stabilimenti della zona, di colpo si squarciò. Un'enorme massa d'acqua (stimata tra i cinque e i sei milioni di metri cubi) precipitò dal Gleno, a quota 1500 metri di altitudine, fino al lago d'Iseo. In circa 40 minuti la massa fangosa percorse 28 chilometri spazzando via tutto quello che trovava. L'onda travolse e distrusse ogni cosa: il paesino di Bueggio, le centrali di Povo e Valbona, la chiesa della Madonna di Colere, la centrale del consorzio idroelettrico, prima di abbattersi sul centro abitato di Dezzo di Scalve e raderlo al suolo. Quindi la valanga d'acqua si incanalò nella stretta valle, travolse la centrale della società elettrica bresciana, la frazione di Follo, poi Corna di Darfo, le ferriere di Voltri e altri stabilimenti. Poi si allargò nella piana alluvionale dell'Oglio e sfociò nel lago d'Iseo. Il bilancio ufficiale, dopo giorni di ricerche, sarà di 356 morti. Tuttavia i numeri sono ancora oggi incerti. I danni ammontarono a centinaia di milioni di lire.

Le testimonianze dei soccorritori

Il disastro fu totale e l'intera vallata finì in ginocchio. I primi soccorritori che arrivarono sul posto si trovarono di fronte uno scenario apocalittico. Angelo Pasinetti, l'allora vice pretore del mandamento di Clusone, nel verbale di sopralluogo messo agli atti del processo, così descriveva la scena:

Raggiunta la frazione Dezzo abbiamo subito misurato la spaventevole vastità del disastro. La frazione era costituita da due raggruppamenti di abitati; l'uno, quello sulla sponda destra del fiume, faceva parte del comune di Colere, ed era costituito da due linee di fabbricati aperti sulla strada provinciale che discende dalla Val di Scalve verso la provincia di Bergamo e quella di Brescia; l'altro raggruppamento, quello sulla sponda sinistra, apparteneva al comune di Azzano ed era costituita da fabbricati addossati al monte e divisi da stradicciuole irregolari e accidentate. Il principale di questi raggruppamenti di case era rappresentato dalla frazione di Colere, con circa abitanti trecento, mentre l'altra non ne rappresentava che duecento all'incirca. Il piano sul quale erano fondate le due frazioni era costituito da depositi alluvionali intercalari intercalati da strati di conglomerati calcarei, assodatesi da date preistoriche e formava una specie di altipiano che il fiume Dezzo attraversava in solco di profondità svariata. L'ufficio non soltanto ha notato e rilevato la sparizione di tutti i fabbricati adagiati sul piano suindicato, ma altresì di tutti i depositi alluvionali, greti e conglomerati ultrasecolari sui quali, come si è detto, i fabbricati erano piantati. Rimane solo il letto del fiume, ampliato e messo a nudo, con la viva roccia qua e là pianeggiante, ed in massi erratici o in rocce fisse. Interessatici immediatamente degli abitanti, noi abbiamo constatato che dei trecento che vivevano sulla sponda destra forse erano in salvo dieci persone, le altre essendo state travolte irreparabilmente dalla corrente e dai fabbricati ruinati.

Testimone della catastrofe è anche il maresciallo capo della stazione dei carabinieri di Vilminore, Virgilio Mocellin, che nel suo rapporto sull'accaduto descrive gli effetti devastanti dell'onda.

Il giorno 1 dicembre mentre ci trovavamo in questa caserma abbiamo udito un rumore terribile. Vestiti in divisa uscimmo immediatamente dalla caserma, da dove potemmo osservare che sulla valle del fiume Povo una valanga immensa d'acqua passava con una velocità fantastica. Ci recammo pertanto alle ore 7.15 sulla valle del fiume Povo suddetto ed osservammo che la centrale elettrica di Bueggio era scomparsa e con essa erano scomparsi la chiesa, il cimitero e alcune case fatte scomparire dal passaggio della grande massa d'acqua uscita improvvisamente dal bacino artificiale idroelettrico del Gleno per la rottura della diga di sostegno.

Altrettanto tragica è la testimonianza del pretore del mandamento di Lovere, Piero Scaletta:

Sul percorso Lovere-Bessino si trovano le evidenti conseguenze delle rovine prodotte dal disastro, presentandosi la via e le campagne, nonché numerose abitazioni tutt'ora allagate, piante sradicate, muri abbattuti, cancelli divelti dai cardini o contorti. Da informazioni che si raccolgono lungo il percorso si viene a conoscere che parecchi cadaveri sono stati raccolti in diverse località dall'opera pietosa degli accorsi. Visitate le dette località, poste nella nostra giurisdizione, vi abbiamo rinvenuto effettivamente dei cadaveri che presentano evidente traccia di annegamento. Abbiamo quindi disposto che i cadaveri stessi, in numero di diciassette, vengano a mezzo di autocarro ritirati dalle abitazioni e dai luoghi ove trovansi e trasportati a Lovere, nella chiesa di Santa Maria, dove si procederà poi alle relative perizie e agli eventuali riconoscimenti. Altri cadaveri, dei quali per l'ora tarda e la mancanza di mezzi di trasporto riuscirebbe troppo disagevole, se non impossibile, provvedere a farli trasportare a Lovere, abbiamo fatto raccogliere nella cappella di Bassino di Rogno.

Le indagini e il processo

Come è accaduto che una diga di cemento lunga circa 260 metri, alta più di 50 metri e profonda 30 si aprisse e cedesse di colpo? Fin dai primi giorni dopo il disastro emersero decine di testimonianze di operai del cantiere e abitanti dei paesi della valle. Tutti raccontavano che i lavori erano stati eseguiti in modo inadeguato e risparmiando sui materiali. Che il progetto, cambiato più volte in corso d'opera (la diga era costruita con tecnica mista, prima a gravità e poi ad archi multipli) non aveva avuto le opportune verifiche. Che il bacino era stato riempito troppo e a una velocità eccessiva. Che il controllo da parte del genio civile era stato svolto in maniera approssimativa e superficiale. Emerse però anche un'altra teoria, più volte citata negli anni. Quella di un sabotaggio con l'esplosivo da parte di gruppi sovversivi antifascisti. Una teoria basata sulla testimonianza di un detenuto, che non ha mai trovato dimostrazione.

Il 4 luglio 1927 il tribunale di Bergamo condannò il proprietario della diga, Virgilio Viganò, e l'ingegner Gian Battista Santangelo a tre anni e quattro mesi di reclusione più 7.500 lire di multa. Tutti assolti gli altri imputati. In appello Santangelo venne assolto per insufficienza di prove. Viganò morì prima della fine del processo di secondo grado. La giustizia non riuscì a individuare con certezza le responsabilità. Oggi i resti della diga squarciata rimangono lì, meta delle passeggiate degli escursionisti incuriositi e monito silenzioso in ricordo di una tragedia che ormai l'Italia ha dimenticato.