Terza udienza del processo a Stefano Binda, accusato dell'omicidio di Lidia Macchi, giovane studentessa universitaria uccisa oltre 30 anni fa a Cittiglio, vicino Varese (qui tutta la vicenda). Binda, arrestato nel gennaio dello scorso anno, è l'unico imputato per il delitto. Ai tempi dell'omicidio l'uomo, oggi 50enne, frequentava gli ambienti di Comunione e liberazione come l'amica Lidia: i due avevano inoltre frequentato lo stesso liceo classico. Secondo l'accusa, rappresentata dal sostituto procuratore generale Gemma Gualdi – subentrata al magistrato Carmen Manfredda che ha fatto riaprire il "cold case" dopo 29 anni -, sarebbe stato Stefano ad accoltellare 29 volte Lidia, dopo aver consumato con lei un rapporto sessuale. Il corpo senza vita della ragazza fu trovato nei boschi di Cittiglio la mattina del 5 gennaio 1987, poco distante dalla Panda della studentessa.

La frase sibillina: "Non puoi immaginare cosa sono stato capace di fare"

A incastrare Binda, oltre al suo alibi non verificato per il giorno del delitto, ci sarebbe una lettera anonima spedita ai genitori il giorno dei funerali. "In morte di un'amica", questo il titolo della missiva, conterrebbe riferimenti all'omicidio che secondo gli inquirenti potevano essere noti solo all'assassino. E una perizia calligrafica indicherebbe proprio in Binda l'autore della lettera anonima: a riconoscere la sua grafia era stata una sua amica, Patrizia Bianchi, all'epoca innamorata di Binda. La Bianchi è diventata il testimone chiave del processo al 50enne: nelle sue agende sono annotate alcune frasi che Binda le avrebbe detto subito dopo il delitto, tra cui una molto sibillina: "Non puoi immaginare che cosa sono stato capace di fare". La donna aveva anche riportato nella sua agenda che Binda pochi giorni dopo il delitto si era confessato con un prete.

A mostrare le agende e i manoscritti della donna e dell'imputato è stata l'assistente di polizia che ha indagato sul caso Macchi negli ultimi due anni. I documenti provano che Binda aveva un animo sensibile, da poeta, e amava in particolare Cesare Pavese e la sua poesia "Verrà la morte e avrà i suoi occhi". La stessa che, in una versione manoscritta è stata trovata nella borsa di Lidia Macchi al momento dell'omicidio. Tra gli indizi che porterebbero a identificare Binda come l'assassino di Lidia Macchi anche alcuni segni grafici, una mezzaluna e una stellina, che ricorrono nelle firme di Binda e appaiono, in forme simili, anche in alcuni scritti trovati nella borsa di Lidia Macchi e sulla lettera anonima inviata ai genitori della studentessa uccisa.

Si tratta al momento solo di suggestioni: Binda fin dal momento del suo arresto si è sempre continuano a proclamare innocente, e i suoi legali hanno affermato di aver ricevuto una rivendicazione attendibile dal vero autore della missiva anonima, che secondo loro non fu scritta dal loro assistito.