È stato arrestato a Platì, in provincia di Reggio Calabria. Ma l'eco dell'operazione che ha portato in manette il latitante di ‘ndrangheta Rocco Barbaro è giunta, potente, anche a Milano. Perché il 51enne, arrestato dopo una latitanza durata quasi due anni, è considerato il "capo dei capi" della Lombardia, con traffici consolidati nella regione e nel capoluogo. Proprio a Milano, nel centrale corso Europa (a pochi passi dal tribunale), il boss aveva messo le mani tramite prestanome sul bar "Vecchia Milano". Un'operazione che gli era costata l'ordinanza di custodia cautelare per intestazione fittizia di beni (aggravata dall'associazione mafiosa) che gli pendeva sul capo da circa due anni.

Rocco Barbaro è così tornato in carcere, dopo aver scontato una condanna di 15 anni per traffico di droga. Nel luglio 2012 era tornato a Buccinasco, nota non a caso come la Platì del nord, a lavorare come gommista. Lo stesso paese dove la scorsa settimana è tornato ad abitare, dopo aver scontato la propria condanna di 26 anni, anche un altro boss di ‘ndrangheta, Rocco Papalia: sua nipote è la moglie di Barbaro. Il boss 51enne vanta anche una discendenza importante: il padre Ciccio "u Castanu", condannato all'ergastolo per l'omicidio brigadiere dei carabinieri Antonio Marino, ucciso il 9 settembre del ‘90 a Bovalino, è il più anziano della famiglia di ‘ndrangheta Barbaro, una delle prime ad aver messo radici nell'hinterland di Milano.

Barbaro era uno dei 30 latitanti più pericolosi d'Italia.

Dopo che l'eco del ritorno a Buccinasco si era fatta assordante, e subito dopo l'acquisizione del bar "Vecchia Milano", Barbaro aveva fatto perdere le proprie tracce, confermando così il suo soprannome: "U sparitu". Era tornato a Platì, dove è stato arrestato due giorni fa all'ora di pranzo, mentre si preparava a mangiare circondato dalla famiglia. Il boss ha cercato di fuggire scappando sul tetto, dove però ha trovato ad attenderlo i carabinieri dei Cacciatori Calabria, corpo scelto dell'Arma. A quel punto si è complimentato con il tenente colonnello Pasquale Toscani, comandante del Gruppo di Locri, e ha detto alla madre di preparare il caffè. Così è finita la latitanza di uno dei 30 ricercati più pericolosi d'Italia.