A quasi due anni esatti dalla morte di Domenico Maurantonio è l'ora di chiedere scusa ai suoi compagni di classe. Oggi il giudice per le indagini preliminari di Milano Paolo Guidi ha archiviato l'inchiesta per omicidio colposo aperta per individuare i presunti responsabili indiretti della morte del ragazzo 19enne (qui tutta la vicenda), precipitato da un hotel di Bruzzano (periferia nord di Milano) la mattina del 10 maggio 2015.

Domenico era da solo quando precipitò dal quinto piano dell'hotel: la sua caduta è stata un fatto accidentale. Al di là dell'enorme dolore della famiglia del ragazzo padovano, che probabilmente non si rassegnerà davanti a una fine così assurda per il proprio figlio, la giustizia restituisce oggi un verdetto chiaro: nessuno dei compagni del liceo scientifico Ippolito Nievo di Padova, in gita con Domenico per visitare l'Expo di Milano, era con lui quando successe la tragedia.

All'indomani della morte di Domenico furono accusati i suoi compagni.

All'indomani della morte di Domenico i compagni della classe quinta E, specialmente quelli che erano con il ragazzo nella stessa camera d'albergo, si trovarono improvvisamente sotto i riflettori. Iniziarono a circolare molte voci nei loro confronti, alimentate anche dal silenzio che – come si scoprì qualche giorno dopo – era stato imposto ai ragazzi dagli inquirenti per non intralciare le indagini. Venne messa in dubbio l'amicizia tra Domenico e i suoi compagni. Si parlò di omertà e ci fu anche chi propose di non ammettere i compagni di classe del 19enne agli esami di maturità che anche Domenico avrebbe dovuto sostenere nel giugno 2015. L'accusa più pesante fu però quella rivolta dal legale della famiglia Maurantonio ad alcuni compagni di classe: si ipotizzò che i ragazzi – in particolare sei compagni, nei confronti dei quali la difesa aveva chiesto di indagare ancora – avessero tenuto sospeso nel vuoto Domenico per le gambe, durante un gioco finito in tragedia.

Fango, parole pesanti, accuse ed editoriali psico-sociologici sul grado di maturità di ragazzini di 18-19 anni ritratti come simbolo di una generazione senza valori si sono succeduti per mesi, per anni. Adesso la decisione di un giudice di Milano mette fine a una vicenda che, siamo sicuri, continuerà a pesare come un macigno sulle spalle di ragazzini che si sono trovati ad affrontare una tragedia più grande di loro. Ma che, di questa tragedia, non hanno alcuna colpa. Gliene venga dato atto.