Il tanto osannato "Modello Milano" per l'accoglienza migranti, promosso e acclamato perfino dal Viminale guidato da Marco Minniti, sembra perdere gradualmente di fascino. Dopo la presa di posizione di Matteo Renzi, anticipata qualche giorno fa dalla famigerata card dal retrogusto salviniano "non possiamo accoglierli tutti, aiutiamoli a casa loro" diffusa dalla pagina ufficiale del Pd e contenuta nel nuovo libro dell'ex presidente del Consiglio in uscita giovedì 12 luglio, gli esponenti di punta del Partito democratico stanno, uno a uno, facendo una veloce retromarcia e ritrattando le proprie opinioni relative alla questione migranti. Dalla marcia pro-migranti "Insieme senza muri" dello scorso 20 maggio, organizzata e rivendicata tra gli altri dal Pd meneghino per chiedere una Milano senza muri e fondata sull'accoglienza – ha sfilato anche lo slogan di centri sociali e associazioni "Nessuno è illegale" -, poco meno di due mesi dopo il Partito democratico, attraverso il segretario metropolitano Pietro Bussolati, ritratta e rilancia uno slogan nettamente contrapposto. "Un freno ai migranti in città" è la posizione espressa da Bussolati nell'intervista odierna concessa al "Corriere della Sera", posizione corroborata da un ulteriore elemento, cioè il sostegno ai decreti Minniti su sicurezza e immigrazione, gli stessi controversi provvedimenti criticati da più parti dagli stessi organizzatori della marcia del 20 maggio scorso.

Il sindaco ha preso ancora una volta le distanze da Renzi sui migranti.
«Credo che la linea dei decreti Minniti sia quella giusta perché responsabilizza gli amministratori e mette insieme la giusta accoglienza con i diritti di chi accoglie».

Linea diversa da Majorino.
«Milano e l’Italia hanno fatto la loro parte e il lavoro di Majorino è stato prezioso. Ha ragione nel dire che la Bossi-Fini produce illegalità. Ma è altrettanto vero che Milano e l’Italia per poter garantire accoglienza e integrazione devono prima di tutto limitare i flussi d’ingresso perché altrimenti non sono in grado di offrire un’accoglienza dignitosa».

Come si limitano?
«In qualsiasi Paese occidentale oltre all’accoglienza dei richiedenti asilo ci sono delle norme per la gestione dei migranti economici che deve essere regolata. Non può essere aperta a tutti. La destra su questi temi fa una propaganda efficace, ma dico che quando hanno governato per 20 anni a Milano e tuttora in Regione hanno fatto solo demagogia, non hanno riqualificato nessun quartiere e non hanno dato risposta a questo tipo di bisogni».

Come espresso dall'intervistatore, Majorino – altro esponente di punta del Pd milanese – e il sindaco Beppe Sala non sarebbero affatto d'accordo con le recenti posizioni espresse da Matteo Renzi, posizioni che hanno creato una forte polemica nei giorni scorso non solo nella base del Partito democratico, per lo più rimasta attonita dal messaggio in netto contrasto con i valori  fondanti del Partito democratico, ma anche tra gli stessi esponenti. Infatti, nel corso dei giorni la tanto contestata frase di Renzi ha prodotto non poche spaccature: da una parte i renziani duri e puri, come Bussolati, hanno cambiato in fretta e furia la propria opinione convergendo su quella del segretario nazionale, dall'altra i dem meno vicini a Matteo Renzi hanno invece duramente contestato quelle uscite.

Da una parte un Pd che vota in Parlamento il decreto Minniti – Orlando e allo stesso tempo firma appelli e organizza la marcia "nessuno è illegale", dall'altra chi sostiene che per risolvere il problema sia necessario il superamento definitivo della Legge Bossi-Fini. Da una parte si esalta il "Modello Milano", dall'altra si chiedono freni e quote migranti definite per decreto (e c'è chi, come il sindaco Pd di Besnate, arriva a fare uno sciopero della fame per 17 profughi in più ospitati nel suo comune).  Da una parte la platea applaude al ministro Marco Minniti, dall'altra, subito dopo, la stessa platea applaude una Emma Bonino che il decreto Minniti lo fa a pezzi (È successo davvero, durante la convention renziana organizzata al Lingotto durante la campagna elettorale per le primarie Pd, ndr). Due anime contrapposte e distinte che animano lo stesso partito, non più unite su determinati valori fondanti, ma sul culto e sulla contrapposizione al culto del leader, Matteo Renzi.