in foto: Un momento dello sciopero del 26 maggio alla Reggiani Macchine di Grassobbio

Torna al lavoro la donna di 36 anni che era stata licenziata dalla ditta Reggiani Macchine di Grassobbio, nel Bergamasco, dopo essere rientrata dal periodo di maternità. Ne dà notizia la Fiom Cgil di Bergamo, spiegando che la lavoratrice rientrerà in azienda (che produce macchine da stampa) da venerdì 9 giugno con la mansione di impiegata e con lo stesso stipendio che percepiva prima.

"Finalmente ho riottenuto un posto di lavoro – ha commentato la lavoratrice, alla Reggiani dal 2002 e madre di due figli – Per questo vorrei ringraziare tutti coloro che in modi diversi mi hanno fatto ottenere questo risultato: da chi ha preso in carico fin dall’inizio la procedura di licenziamento (il delegato Fiom), ai miei colleghi che, saputa la notizia, hanno scioperato compatti, a chi, venendo a conoscenza in altro modo del licenziamento, mi ha sostenuta". La donna, rientrata lo scorso settembre in azienda dalla seconda maternità, il 23 maggio aveva ricevuto senza alcun preavviso una lettera di licenziamento. Alcuni giorni dopo 230 colleghi avevano scioperato compatti per esprimerle la loro solidarietà. La vicenda era finita su diversi mezzi di informazione e aveva attirato anche l'attenzione della Presidente della Camera, Laura Boldrini.

La donna sarà demansionata, ma guadagnerà lo stesso stipendio.

L'eco mediatica e il lavoro dei sindacati hanno dato i loro frutti: ieri, dopo cinque ore di discussione tra le parti, la lavoratrice e l'azienda hanno trovato un accordo. La donna ha dovuto accettare un compromesso: un demansionamento (è scesa di un livello) compensato però a livello salariale da un superminimo. Il delegato della Fiom-Cgil di Bergamo che ha tutelato i suoi interessi, Andrea Agazzi, ha commentato: "Siamo soddisfatti per aver ottenuto una ricollocazione che all’inizio sembrava impossibile. Il risultato è stato reso possibile dalla determinazione della lavoratrice, dal sostegno e dalla solidarietà che ha ricevuto da parte dei suoi colleghi di lavoro. Certo – ha proseguito Agazzi – resta l’amarezza per un punto su cui l’azienda ha usato, fino all’ultimo, un’inspiegabile intransigenza: per giungere all’accordo la direzione ha preteso che la lavoratrice accettasse un demansionamento, un abbassamento del livello contrattuale (ma, appunto, non di quello salariale). L’azienda ha puntato i piedi per un aspetto solo formale, che dunque non avrà ripercussioni economiche, e che davvero poteva essere evitato, apparendo quasi un accanimento gratuito. Nell’accordo, comunque, è scritto che alla lavoratrice non si precluderà la possibilità di crescita professionale".